Sulla traduzione: Vittorio Sereni traduce René Char, di Maria Grazia Ferraris

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Vittorio Sereni, Luino, 27 luglio 1913 – Milano, 10 febbraio 1983

Rifletto sul contributo di Furio Durando “Tradire, tradurre, interpretare o assimilarsi? Spunti di meditazione suscitati da cinque versioni italiane di “Itaca”, di Konstantinos Kavafis, del 3 ottobre 2017. Molti autorevoli scrittori si sono cimentati sul tema. Che è davvero complesso ed intrigante. Dice Claudio Magris: “…La versione creativamente fedele estrae da ogni libro qualcosa d’altro che ha ancora da svilupparsi, da crescere. Il compito del traduttore è difficoltoso e arduo perché deve scavare nella parola “diversa”, nelle sfumature spesso inaccessibili, nelle folgorazioni poetiche, con animo di immedesimato stupore poetico onde raggiungere nel modo migliore la visione lirica originale. La condizione necessaria per farlo è quella del “ poeta che incontra il poeta”: e qua sta proprio la riuscita di una buona traduzione.” In tal felice caso le traduzioni non invecchiano. Vincenzo Monti entrava ad esempio nella letteratura italiana ben più per la sua versione dell’Iliade che per le sue opere in proprio, e la traduzione che Foscolo ha fatto del “Viaggio sentimentale” di Sterne, non è invecchiata, ma è limpida e smaltata come allora….
Tradurre è innanzitutto conoscenza.
Certo è da ricordare che quasi tutti i poeti italiani importanti del Novecento hanno esercitato l’attività di traduttori misurandosi con i “colossi” stranieri e con i loro temi immortali. E questo è stato di giovamento anche all’affinamento e alla circolazione della loro poesia. Ci sono traduttori e traduzioni esemplari, proprio là dove un poeta incontra un altro poeta. Sto pensando alle traduzioni di Charles Baudelaire di Giovanni Raboni, ottimo critico e traduttore oltre che poeta in proprio o alle traduzioni di Caproni e di Bertolucci, oppure a quelle di Vittorio Sereni che traduce René Char inventando e impiegando addirittura neoformazioni linguistiche…
Tradurre non è facile (e ne danno testimonianza gli studi dei linguisti e dei semiologi- R.Jakobson, W. Benjamin, G.Steiner), anzi è proprio un mestiere difficile e poco riconosciuto, che deve tenere il conto dei profitti e delle perdite della nuova lingua che viene utilizzata. Lo aveva capito Valerio Magrelli, poeta saggista e traduttore, che in una poesia dal titolo metaforico illuminante L’imballatore, in Esercizi di tiptologia ( e notate la scelta linguistica!: Tiptologia, ossia la forma più semplice di ricezione delle “comunicazioni” di tipo medianico), dice esprimendo questa fatica di lavoro, di decifrazione, di comunicazione:

“L’imballatore chino/ che mi svuota la stanza/
fa il mio stesso lavoro.
Anch’io faccio cambiare casa/ alle parole, alle parole
che non son mie,/ e metto mano a ciò
che non conosco senza capire/ cosa sto spostando…”

Ma anche Nicola Gardini, poeta, saggista e traduttore, sulla rivista Poesia, scrive: “..In fondo…la traduzione da qualsiasi lingua è un’esperienza delle origini, uno sforzo di arrivare “fin là”, all’integro, al puro, al vero…Tradurre, per me, è alzare la testa, alzarla e raggiungere almeno con lo sguardo le vette dell’altrui genio:

“La gente crede che tradurre
sia un lavoro solitario.
Ma se è il massimo della compagnia!
Uno che ti insegna a produrre.
Uno che ti fa fare una poesia.”

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René Char, L’Isle-sur-la-Sorgue, 14 giugno 1907 – Parigi, 19 febbraio 1988

È utile considerare l’etimologia del termine “tradurre”: “TRADÚRRE contratto dal latino TRADÚCERE significa far passare, da TRANS al di là, e DÚCERE condurre. Condurre qualcuno da un luogo all’altro, far passare un’opera da una lingua in un’altra; tradurre significa dunque “rendere un significato disponibile”. E visto che i confini tra le parole non sono stabili, tradurre è un’operazione al limite tra il tradimento del significato originale e il senso che noi attribuiamo a quella parola. Vittorio Sereni si cimentò con la traduzione di René Char, e non fu un’operazione indolore. In un intervento critico su se stesso e sul suo modo di tradurre Sereni scrive che ha guardato e meditato su due modi di intendere la traduzione, quella di Sergio Solmi che dice: «La traduzione nasce, a contatto col testo straniero, con la forza, l’ irresistibilità dell’ ispirazione originale. Alla sua nascita presiede qualcosa come un moto di invidia, un rimpianto d’ aver perduta l’ occasione lirica irritornabile, di averla lasciata a un più fortunato confratello d’ altra lingua» e la seconda che è di Giovanni Giudici, ed è tolta dall’ introduzione a una scelta di versi di Sylvia Plath, apparsa col titolo Lady Lazarus e altre poesie: «Non credo molto alla leggenda del traduttore che fa “proprio” il testo tradotto… credo piuttosto alla concreta possibilità del traduttore esperto nell’ esercizio della poesia di mettere al servizio del testo la sua esperienza di facitore di versi, il suo essere in grado più di altri di capire quel che succede nella lingua poetica e pertanto di proiettare nella traduzione alcuni caratteri fondamentali del testo originale». Sono due aspetti diversi o piuttosto due tempi diversi dell’ operazione del tradurre: la prima è di natura essenzialmente psicologica, la seconda riguarda già la fase tecnico-operativa, l’ una complementare all’ altra e si sente di condividerle entrambe. “Esiste insomma, o almeno è esistito nei casi che mi riguardano, un momento ulteriore nel quale non si traduce più, semplicemente, un testo, bensì si traduce l’ eco, la ripercussione che quel testo ha avuto in noi. Può darsi benissimo che questo che qui riferisco sia un effetto illusorio, ma so anche che senza questa sorta di infatuazione, senza questa svolta squisitamente soggettiva, tradurre mi sarebbe stato impossibile o mi avrebbe annoiato.È il Sereni che porta R. Char nella propria lingua, nella propria poesia, lasciandosi abbagliare e ferire dall’altra lingua, dall’altra poesia.Sereni parla infatti della parola poetica chariana come di “agglomerati di pensiero e immagine: isole di realtà in emersione, frammentaria in superficie, unitaria in un profondo che è da esplorare”. Fedeltà alla lettera significherà rispetto dell’originalità lessicale e figurativa, sonora e musicale del francese, nonché estrema attenzione nei confronti di quella struttura sintattica e lessicale. La sua funzione è essenziale, poiché richiama continuamente il lettore al suo ruolo attivo di ricerca del senso e di ricostruzione del vero, presa in considerazione nel momento di una ricreazione italiana. Nel caso dei testi chariani sembra dunque particolarmente appropriata una traduzione letterale, che si propone, nella volontà di rispettare le manifestazioni testuali dell’originale, di ricreare nel lettore italiano lo stesso smarrimento e disagio provato da quello francese. Questo approccio, ben lontano da qualsiasi strategia “acclimatante”, riuscirà a coinvolgere il lettore nella sfida chariana del senso .

Così Sereni presenta Char:

“René-Émile Char nasce in Provenza nel 1907. Nonostante la pubblicazione di ben quattordici opere e la partecipazione attiva al Surrealismo, viene ignorato dalla critica negli anni 1928-1945. La partecipazione alla Resistenza le cui emozioni vengono condensate nella prima opera di successo, Les Feuillets d’Hypnos (1945), consacra in Char l’esponente per eccellenza dell”humanisme’ poetico. Gli anni che seguono vedono il poeta impegnato, attraverso l’analisi delle più varie tematiche, nella ricerca della fusione totale e definitiva della vita con la poesia.” Quella di Char non è, in alcun modo, poesia del quotidiano, rifiuta di essere gestione poetica della quotidianità.

In Dire il proprio nome, pubblicato nel ’62, R. Chair si presenta:

J’avais dix ans. La Sorgue m’enchassait.
Le soleil chantait les heures sur le sage cadran des eaux.
L’insouciance et la douleur avaient scelé le coq de fer
sur le toit des maisons et se suportaient ensemble.
Mais quelle roué dans le Coeur de l’enfant
aux aguets tornnait plus fort, tornait
plus vite que celle du Moulin
dans son incredible blanc?

Traduce Sereni:

Decenne, m’inalveolava la Sorgue.
Il sole cantava le ore sul quadrante quieto
delle acque.
Noncuranza e dolore avevano saldato il galletto
di ferro sul tetto delle case e si tolleravano
uniti.
Ma quale ruota nel cuore del bimbo
in agguato girava più forte, girava
più lesta di quella del mulino
Nel suo incendio bianco?

Nella poesia di Char prevalgono i suoni, le sibilanti, ripetizioni foniche che suggeriscono i suoni delle acque che scorrono, nella traduzione di Sereni – di forte sinteticità- si perde la ripetizione fonica, ma grazie all’uso dell’imperfetto si costruisce il suono liquido della l che pur rende l’idea delle acque che scivolano via. E interessante il verbo m’inalveolava, che fugge dal richiamo francese di enchasser di ungarettiana memoria ( mi sono disteso/ in un’urna d’acqua, come una reliquia) per privilegiare una nuova formazione linguistica. Direi che Sereni non tradisce se stesso né R. Char. La realtà dei traduttori è quella di dover censurare le parole intraducibili o di crearne ex novo, dando vita ad una traduzione che richiede la stessa abilità e creatività possedute dall’autore originario.

Maria Grazia Ferraris

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2 commenti
  1. Mariagrazia ha enucleato moltyo bene un lato della attività letteraria di Sereni (traduttore) greneralmente in ombra nell’analisi del poeta. Roberto Taioli

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