Mario Luzi – Vittorio Sereni “Le pieghe della vita – Carteggio (1940- 1982)”, Aragno editore (2017), letto da Roberto Taioli

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Le cinquantacinque lettere che compongono il volume ci consegnano la corrispondenza tra i due poeti dagli anni delle seconda guerra mondiale fino al 1982, l’anno che precedette la scomparsa di Vittorio Sereni, messe a disposizione da Stefano Verdino, storico curatore dell’opera di Luzi e da Silvia Sereni, figlia del poeta di Luino. Un arco di tempo molto esteso, ove i due poeti tessero un fitto colloquio, su temi della vita quotidiana di entrambi, assillati dalle preoccupazioni familiari del dopoguerra, e su temi estetici e letterari che li videro protagonisti nella poesia italiana del secondo dopoguerra. Due itinerari distanti, ma con punti di convergenza, con stacchi e riaccostamenti, come è proprio di un dialogo serio e non formalizzato. Ciò che colpisce, soprattutto il lettore non addentro alle problematiche letterarie del tempo, è una sola apparente stranezza, riguardante il motivo per cui due uomini e poeti molto diversi per formazione e esperienza poetica, si siano incontrati così a lungo in un legame di amicizia e condivisione. Certo in comune entrambi avvertirono la necessità di un rinnovamento della poesia italiana dopo gli anni dell’ermetismo, pur proficui e che entrambi lambirono ma che ora, esauritosi, lasciava il vuoto o ad una serie di sperimentalismi cervellotici. Luzi stesso avverte questa situazione parlando di “libro sgualcito della poesia italiana e non solo italiana” (lettera, datata Firenze, metà del 1946). Ma anche Sereni, forse ancor più del poeta fiorentino, sentiva la necessità di liberarsi dell’ingombrante presenza dell’Io poetico, lascito dell’ermetismo, verso una più libera captazione del reale, che ponesse il poeta non al centro di un autoreferenziale ritratto, ma capace di immergersi nel vortice della realtà, riemergendo dopo essersene rigenerato. Tappa cronologica alquanto significativa per la nascita del sodalizio epistolare è il 1947 quando presso l’Editore Vallecchi escono il luziano Quaderno gotico e Diario d’Algeria di Sereni. Le due raccolte presentano esiti poetici ancora alquanto disparati, Il primo ancora permeato dalla presenza di un io solipsistico,, il secondo, legato agli anni della prigionia e della guerra, ove la dimensione del deserto, della solitudine, della disperazione, già è riuscita a legarsi ad un dire corale, attraverso la spogliazione di se stesso. L’uscita della raccolta sereniana scuote dal profondo l’animo poetico di Luzi che già era in ricerca di un nuovo approdo. Per Luzi è come una folgorazione questo nuovo linguaggio e soprattutto questa dimensione esistenziale dell’amico poeta lombardo davanti al reale. La poesia abbandona l’uranio celeste per incarnarsi, per farsi parola di un’umanità sgomenta e lacerata. In una posteriore lettera del 28 gennaio 1962, Luzi riconosce a Sereni il proprio debito come del risveglio da un sogno verso la percezione dei segni del quotidiano, dei frammenti di vita disseminati nel mondo, in una dimensione tuttavia, tipicamente luziana, dello scavo spirituale, della anima mundi che permea tutte le cose: “Come faccio a tenere tutta per me la profonda e davvero grande gioia che mi danno le tue parole? Devo riversarla anche su di te che l’hai fatta nascere, traendola dalla tua creazione invenzione interna, dalla tua fertilità spirituale? Non mi viene in mente di averti detto con altrettanta semplicità quello che io ti devo – per il fatto di esserci e di essere come sei- ma spero di averti fatto sentire ugualmente, ben oltre l’ammirazione ovvia, la indicibile simpatia che provo per te. Dico simpatia nel senso più esteso della parola. Certo mi basta leggere su una rivista una tua frase, detta con quella tua voce ma insinuante e, sotto, travolgente come un gorgo per ritrovarti, per incominciare con te lunghi colloqui, [ … ] Nel tuo vortice io mi posso abbandonare con felicitò guizzante come un pesce: vi trovo oltretutto una infinità di cose che mi mancano e di cui ho bisogno. Come era triste quando tu eri lontano (tra “i bruti”) e non si sapeva niente di te. Dopo sono stato certo di te e non mi impressionava “il lungo sonno”; la simpatia mi serviva a meraviglia “ (lettera del 28 gennaio 1962).

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Mario Luzi

Le ultime parole della lettera luziana contengono un richiamo ad una lirica di Sereni contenuta nella raccolta Diario Di Algeria e precisamente Italiano in Grecia, ove in Sereni l’interrogazione poetica si dispiega con il tono d’una invocazione: “Europa, Europa che mi guardi /scendere inerme e assorto in un mio /esile mito tra le schiere dei bruti, /sono un tuo figlio in fuga che non sa / nemico se non la propria tristezza / o qualche rediviva tenerezza / di laghi di fronde dietro i passi /perduti,/ sono vestito di polvere e sole, / vado a dannarmi e insabbiarmi per anni”, ove la lontananza dalla terra natia è anche un avvertimento di un ancora non compiuto approdo alla voce di un risveglio poetico. D’altra parte anche Luzi è in ricerca di una identità poetica, come confiderà all’amico in una lettera del 31 marzo 1963 “(tu sei l’unico poeta che mi interessi davvero e a fondo, a parte il vecchio montale”,) e va peregrinando, pur se su strade diverse, con “l’ambizione di lasciar parlare le cose, di non prevenirle con il nostro giudizio, con nessun apriori teoretico lettera del 12 maggio 1963). Un imperativo questo che anche Sereni perseguiva e al quale più approderà con la raccolta Gli strumenti umani (1965). C’è in entrambi i poeti, con diverse modalità e atteggiamenti, il bisogno di una resa dei conti nei confronti dello scenario del passato sia in senso storico che culturale e poetico. Ciò per liberarsi e purgarsi dei fantasmi che ancora affollano la loro coscienza e la loro poesia. Nel 1963 esce per i tipi di Scheiwiller Nel magma di Luzi al cui interno si installa una lirica complessa e inquieta (quasi un poemetto) che ha per titolo presso il Bisenzio, una sorta di sogno/visione, ove il poeta si imbatte con alcuni personaggi che lo interrogano con tono perentorio. Riportiamo alcuni passaggi di questo componimento-chiave:

La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
w il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
non so se visti o non mai visti prima,
pigri nell’andatura, pigri nel fermarsi fronte a fronte.
Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
mi si fa incontro, mi dice: “Tu? Non sei dei nostri.
non ti sei bruciato con noi nel fuoco della lotta
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male”.
[…]
“Ci fu un solo un tempo per redimersi” qui il tremito
Si torce in tic convulso “o perdersi, e fu quello”.
[…]
“O Mario” dice e mi si rimette al fianco per quella strada che non è una strada
ma una traccia tortuosa che si perde nel fango
“guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi
e accordi le sfere d’orologio della mente
sul moto dei pianeti per un presente eterno
che non è il nostro, che non è qui né ora,
volgiti e guarda il mondo com’è divenuto,
poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
non la profondità, né l’ardimento,
ma la ripetizione di parole,
la mimesi senza perché né come
dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
morsa dalla tarantola della vita, e basta.
Tu dici di puntare alto, di là delle apparenze,
e non senti ch’è troppo. Troppo intendo,
per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
giovani ma logorati dalla lotta e è più che dalla lotta, dalla sua mancanza
umiliante”.
[…]
Rispondo: “Lavoro anche per voi, per amor vostro”.
Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio
del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.
e come io non dico altro, lui di nuovo “O Mario,
com’è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,
né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende”.
Lasciò placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato dall’affanno
mentre i passi dei compagni si spengono
e solo l’acqua dalla gora fruscia di quando in quando.
”E’ triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo
e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,
ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa sorte”.
E lui, ora smarrito, ora indignato; “ Tu? Solamente?”
ma poi desiste dallo sfogo, mi stringe la mano con le sue convulse
e agita il capo: “O Mario, ma è terribile, è terribile tu non sia dei nostri”.
E piange, e anche io piangerei
se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti.
Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.
[…]

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Vittorio Sereni

La dolente tragedia luziana (con accusa, processo e condanna) di non essere stato adeguato e pronto al tempo della lotta antifascista, si congiunge nel testo ad un dissolvimento dell’io lirico autoreferenziale nel fitto dispiegarsi delle parole con la voce di un altro interlocutore, che spezza e non concede tregua ai riemergenti tentativi di riemersione dal fondo della scrittura eminentemente lirica del poeta. A proposito di questo nuovo tentativo luziano ci conforta una lettera del poeta a Sereni del 25 marzo 1963: “ Caro Vittorio, ecco dunque i versi. […] Sono stato trascinato a scriverli al di là di ogni ragionevole previsione. […] Io stesso non ho termini di confronto per giudicarli. Se sono uno sviluppo interno di certi atteggiamenti e nuclei anteriori, o debba considerarli davvero come un’intuizione medianica sull’ordine del mio lavoro”. Analoga inquietudine vive Sereni, in un contesto diverso, interrogandosi sulla figura del poeta e se davvero esista, o se non sia invece un corpuscolo inutile, vuotamente inessenziale sulla scena del mondo e talora anche presuntuoso, in un componimento de Gli Strumenti umani dal titolo Un sogno. Anche qui c’è la presenza di un fiume che incombe, il Magra, e anche qui la presenza di un inquisitore che sbarra la strada richiedendo un attestato di vita per poter passare. E anche qui l’incardinarsi della scrittura franta dal teso dialogo, intercetta l’ergersi di una proibizione su uno scenario onirico:

Ero a passare il ponte
su un fiume che poteva essere il Magra
dove vado d’estate o anche il Tresa,
quello delle mie parti tra Germignaga e Luino.
Me lo impediva uno senza volto, una figura plumbea.
“Le carte” ingiunse. “Quali carte” risposi.
“Fuori le carte” ribadì lui ferreo
vedendomi interdetto. Feci per rabbonirlo:
“Ho speranze, un paese che mi aspetta,
certi ricordi, amici ancora vivi,
qualche morto sepolto con onore”.
“Sono favole” – disse- non si passa
senza un programma.” E soppesò ghignando
i pochi fogli che erano i miei beni.
Volli tentare ancora: “Pagherò
al mio ritorno se mi lasci
passare, se mi lasci lavorare.” Non ci fu
modo d’intendersi: “Hai tu fatto –
ringhiava – la tua scelta ideologica?”.
Avvinghiati lottammo alla spalletta del ponte
In pietosa solitudine. La rissa
dura ancora, a mio disdoro.
Non lo so chi finirà
nel fiume.

Roberto Taioli

 

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4 commenti
  1. Davvero molto interessante questo carteggio Luzi-Sereni pubblicato da Aragno che, mi par di capire, non appartiene all’archivio Sereni di Luino, così ricco e importante: un contributo significativo che, come una tessera mancante, si incunea nella storia di quella straordinaria generazione ed amicizie, la quale ha pagato scelte politiche, culturali, poetiche, amicali in personalissimi modi, appassionati e ricchi di cultura ed umanità.

  2. Mario Luzi si inabissa in un giorno di fine autunno piovoso, nello studio di Lungarno alle Grazie,Firenze, di Giovanni Spinicchia, in compagnia di Oreste Macrì, colega di scuola nel Liceo Artistico F1, letterato e critico d’arte di storica memoria nella firenze nota fra Giubbe Rosse e caffè Michelangelo, i cui residui epocali di una felice stagione intellettiva, andavano sfumando verso un connubio tra pseudo intellettualismo becero e scanzonate asserzioni incancranite dalla rivoluzione studentesca del 68. Luzi scende i gradini avari che separano la prima stanza, dove Giovanni deposita il riposo delle sue vacanze dell’anima, lasciando inviolata,e chiusa, la stanza del lavoro manuale, a cui nessuno è permesso di entrare. l’ingresso angusto e stretto, è superato da Luzi, data l’altezza del corpo, con passo chinato, mimetico, diffidente, poi la luce e la poltrona che lo accoglie e su cui innanzi gli appare per accoglierlo in un abbandono riposante. Alto, imponente, magistrale e arcigno allunga le mani sul tavolino poco distante e ruba con delicata manovra, mentre giovanni distratto da Macri sgambiamo episodi di scuola, un plico di memorie fotografiche dei suoi percorsi di immagini, realizzate al tempo del suo esordio siciliano, che lo videro protagonista di scuola tra il 61 ed il 66. unitamente ad un periodo di residenza Romana, tra il 66 ed il 69. Nulla di più appropriato di quella poltrona e quel racconto per immagini, per Luzi, per placare l’affanno tra quelle visioni che parlavano di sicilia, e l’essere quasi ignorato. Poi la riconciliazione fra i tre, la presentazione dell’autore di immagini, da parte di Macrì, il dialogo che si fa subito strada su quella consultazione visiva, di cui chiude le pagine e incide il suo epitaffio, senza fronzoli e senza compiacimenti:….” ho visto, c’è molto ancora da fare ma ho avvertito nei percorsi solo una ricerca di motivazioni per ” fare” e da cui probabilmente, hai ritenuto di non sancire ne uno stile ne una ricerca, il segno e la mano smaliziato, confermano un passaggio e non un arrivo, dove la poetica già percorsa su quell’umanità compromessa dal meridionalismo e nota a un Gottuso levi, Mignego, Cantatore, Enotrio, ecc, manca di quella tensione e di quel carattere soggettivo dell’operazione estetica in linea con il tempo che sta cambiando,…..ma nonostante questo, ho avvertito dalla dimestichezza con cui tracci ed incidi le cose, che il passo passo sarà superato, tanto che le immagini consultate si sono fermate al 69, siamo nel 75 e non vedo altro,….sei in cammino, o hai riposto i pennelli?”govanni risponde:……Sono in cammino e forse per un esordio di forme in una elaborazione innovatrice, mi sto guardando dentro come animale che avverte la presenza del nemico, senza sapere chi sia, si da un contegno di guerra, di reazione,di attese, ma ho già chiaro il dopo, sto lavorando, ma non lo mostro e mi perdoni Maestro, se non lo inoltro nella stanza dove opero, solo quando avrò certezza di mostrare. Luzi si alza, stringe la mano a giovanni e rivolgendosi a Macri, sussurra: “questa visita mi ha fatto piacere,” e si congeda.

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