“Motus. La vertigine multimediale” di Laura Pernice, Villaggio Maori Edizioni

03_motus-Foto-©-Ilenia-caleo

Motus. La vertigine Multimediale di Laura Pernice è frutto dell’incontro diretto fra l’autrice e la compagnia teatrale Motus. Si analizzano qui il percorso artistico della compagnia riminese e le sue dinamiche rappresentative: un percorso che va dai loro esordi fino al più recente progetto Rooms. È proprio quest’ultimo a segnare il nuovo modo di mettere in scena lo spettacolo; Enrico Casagrande e Daniela Nicolò sono, infatti, i pionieri dell’uso del video come parte integrante dello spettacolo teatrale, un canone destinato a influenzare la messa in scena nel teatro contemporaneo da allora in avanti.

 

Dentro Twin Rooms

IV.1. I coefficienti visivi e sonori

MotusSeguendo le suggestioni metalinguistiche e intermediali che i codici romanzesco e cinematografico imprimono all’opera di Motus, siamo giunti al momento di analizzare in modo specifico il dispositivo drammatico di Twin Rooms, iniziando dalle marche stilistiche che lo caratterizzano. Lo spettacolo presenta una struttura compositiva per quadri, una serrata concatenazione di scene simboliche attraverso le quali si dipana la vicenda dei coniugi Gladney, alternata ad altre «piccole microstorie, schegge di esistenze reali e immaginarie», che si susseguono fluidamente senza intervalli e cambi d’ambiente. L’allestimento scenografico della stanza, che resta fisso per tutto lo spettacolo, è fatto di pochi elementi visivamente caratterizzanti (letto, sedia, vasca da bagno, etc.), ed è volto a sottolineare la staticità del contenitore scenico: uno spazio fermo ma non completamente chiuso in se stesso, che ha valore di soglia, di margine sfilacciato e sospeso, permeato dalle risonanze percettive della realtà esterna. Gli attori si muovono all’interno di questo cronotopo isolato forzandone i confini, ribaltando la sua natura di inner space con l’energia tumultuosa di un’azione scenica metafinzionale, le cui ripetute entrate e uscite dal modulo abitativo quasi vanificano la fissità dell’ambiente, attraverso un effetto di decentramento e moltiplicazione dei fuochi. Affascinante è l’uso dei colori della scenografia, con la netta predominanza del rosso declinato nelle varianti cromatiche del porpora e del carminio, per “infiammare” le pareti della stanza come il telo del letto che domina la scena. La concretezza materica del colore rosso rinvia al sangue, alla passione, al fuoco della vita e della distruzione, perciò ben si adatta a uno spettacolo concepito come «un continuo (e a tratti “lacerante”) processo di messa in quadro di aggressioni, disinganni, stordimenti fisici ed emotivi». Al rosso si associano altre tinte: l’azzurro- fluo dell’acqua della vasca da bagno, il verde brillante delle piante dell’esterno scenico; colori primari, semplici e forti, che nelle riprese video si accendono di rifrazioni cromatiche, tingendo gli schemi della digital room con pennellate di lucentezza liquida. Elementi mutevoli nel paesaggio visivo del dramma sono certamente le luci, utilizzate da Motus in funzione del ritmo interno della narrazione, per scandirne i momenti principali attraverso l’intensità, le gradazioni e le nuances dell’illuminazione. Così i passaggi da un quadro performativo all’altro spesso sono segnalati dall’alzarsi o abbassarsi delle luci, oppure da momentanei oscuramenti dell’ambiente, ai quali talvolta fa seguito, con l’effetto di un violento controcanto ottico, la sovraesposizione dei corpi degli attori mostrati sotto una crudele luce a neon. Soprattutto le tonalità calde e vibranti della camera da letto giocano in estremo contrappunto con quelle fredde e immobili del bagno, evocando l’ossimorico statuto di un teatro che, nelle parole della stessa Daniela Nicolò, «unisce in sé il freddo distacco della perversione […], e il bruciante eccesso della passione», amalgamandoli in un freddo ardore, in un gelo che brucia. Tutti i segni espressivi fin qui richiamati mirano a sfruttare a fondo le stimolazioni percettive legate all’allestimento scenico, ai colori, a un certo tipo di luci e di ombre, per sollecitare il coinvolgimento cognitivo dello spettatore, la sua interazione sensibile con il microcosmo circoscritto della stanza d’albergo. Lo stile di recitazione degli attori è piuttosto rilassato e non enfatico, soprattutto per quanto concerne i tratti soprasegmentali degli atti linguistici (tono, ritmo, velocità, intensità, accenti di espressività); si nota una recitazione naturale, per lo più asciutta, secca, diretta, senza eccessi di pomposità e retorica, ma nel complesso d’immediata efficacia comunicativa e rapido impatto emotivo sul pubblico. La mimica e la gestualità, invece, sono subordinate alla presenza della telecamera all’interno della scena, del famelico “occhio belva” digitale che inseguendo e “spiando” i vari personaggi li costringe a un eccesso di esposizione e perciò a estremizzare la propria intensità attoriale in accordo a una dinamica da film making. Si determina un fitto incrocio di sguardi: gli attori che recitano davanti alla telecamera, che guardano direttamente in macchina, oltre a instaurare un rapporto ambiguo e problematico della scena con la platea, soprattutto modificano il proprio comportamento artistico in seguito alle affordance con l’artefatto tecnologico, acquisendo una mimica nuova, una forza espressiva non più da attori teatrali, bensì da attori cinematografici. […]

Laura Pernice

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