Tradire, tradurre, interpretare o assimilarsi? Spunti da cinque versioni italiane di “Itaca”, di Konstantinos Kavafis, di Furio Durando

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Pellegrino Tibaldi, Nettuno e la nave di Ulisse, (ciclo Storie di Ulisse, 1549-51), Palazzo Poggi, Bologna

Questa nota trae origine dal recentissimo (29 settembre 2017) intervento di Maria Grazia Ferraris su La presenza di Erato. In esso compare il finale della traduzione della sublime Itaca di Konstantinos Kavafis (1911) ad opera di Filippo Maria Pontani, edita anche nel prezioso Poeti greci del Novecento nei “Meridiani” Mondadori (Milano, 2010). Casualmente mi sono imbattuto in un interessante blog (https://aspettandoilcaffe.com/2017/02/14/piu-che-puoi-a-proposito-di-kavafis/) nel quale l’autrice considerava le differenti traduzioni di testi kavafisiani, ed è aumentato il desiderio di riflettere sul “mestiere” di tradurre, che pratico da quando – quindicenne ginnasiale (1975) – mi cimentai con qualche lirico greco e di lì a poco con Ovidio. Per inciso: che il merito di questa mia vocazione (o la causa di tanto vizio?) sia tutto del professor Luigi Mario Parodi, che in II e III classe alle Scuole Medie “G. Garibaldi” di Chiavari ci tenne un rigorosissimo corso di metrica, tecnica poetica e figure retoriche sulla poesia del Novecento, è una certezza.
Di tutte le meravigliose poesie di Kavafis, Itaca è quella che lo rappresenta maggiormente (non “meglio”!) nell’immaginario collettivo; quella più citata fino all’abuso e al misuse; quella che diverrebbe, se fosse una statua o un dipinto, più ricorrente di Amore e Psiche negli avatārā della rete e delle sue comunità. Parla del viaggio, reale e metaforico; della vita e della sua necessità di darsi tempo e conoscenza; della qualità e dell’origine dei giudizi; delle mete e delle attese. Se poi “Itaca ti ha dato il bel viaggio” serve a consolare chi ha sempre cercato, per il fatto di non avere trovato mai; oppure chi è passato d’amore in amore e di coito in coito senza trovare la proda perfetta (posto che mai avesse idea di trovarla), tutto questo non ne lede o sfigura la bellezza. Voglio in questa occasione confrontare alcune traduzioni di questa poesia, consacrate da decenni o semisconosciute. Eccone il testo originale, tratto dal sito “ufficiale” greco dedicato a Konstantinos Kavafis (http://www.kavafis.gr/):

IQAKH

Σα βγεις στον πηγαιμό για την Ιθάκη,
να εύχεσαι νά ’ναι μακρύς ο δρόμος,
γεμάτος περιπέτειες, γεμάτος γνώσεις.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον θυμωμένο Ποσειδώνα μη φοβάσαι,
τέτοια στον δρόμο σου ποτέ σου δεν θα βρεις,
αν μέν’ η σκέψις σου υψηλή, αν εκλεκτή
συγκίνησις το πνεύμα και το σώμα σου αγγίζει.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον άγριο Ποσειδώνα δεν θα συναντήσεις,
αν δεν τους κουβανείς μες στην ψυχή σου,
αν η ψυχή σου δεν τους στήνει εμπρός σου.

Να εύχεσαι νά ’ναι μακρύς ο δρόμος.
Πολλά τα καλοκαιρινά πρωιά να είναι
που με τι ευχαρίστησι, με τι χαρά
θα μπαίνεις σε λιμένας πρωτοειδωμένους·
να σταματήσεις σ’ εμπορεία Φοινικικά,
και τες καλές πραγμάτειες ν’ αποκτήσεις,
σεντέφια και κοράλλια, κεχριμπάρια κ’ έβενους,
και ηδονικά μυρωδικά κάθε λογής,
όσο μπορείς πιο άφθονα ηδονικά μυρωδικά·
σε πόλεις Aιγυπτιακές πολλές να πας,
να μάθεις και να μάθεις απ’ τους σπουδασμένους.

Πάντα στον νου σου νάχεις την Ιθάκη.
Το φθάσιμον εκεί είν’ ο προορισμός σου.
Aλλά μη βιάζεις το ταξείδι διόλου.
Καλλίτερα χρόνια πολλά να διαρκέσει·
και γέρος πια ν’ αράξεις στο νησί,
πλούσιος με όσα κέρδισες στον δρόμο,
μη προσδοκώντας πλούτη να σε δώσει η Ιθάκη.

Η Ιθάκη σ’ έδωσε τ’ ωραίο ταξείδι.
Χωρίς αυτήν δεν θάβγαινες στον δρόμο.
Άλλα δεν έχει να σε δώσει πια.

Κι αν πτωχική την βρεις, η Ιθάκη δεν σε γέλασε.
Έτσι σοφός που έγινες, με τόση πείρα,
ήδη θα το κατάλαβες η Ιθάκες τι σημαίνουν.

***

Nel 1961 comparve la traduzione di Filippo Maria Pontani ora riproposta dal citato volume dei “Meridiani”:

Itaca

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa’ voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri per la via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Nè Lestrìgoni o Ciclopi
nè Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa’ voti che ti sia lunga la via,
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare ( e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani ed ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Rècati in molte città dell’Egitto,
a imparare imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha dato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.

In questa traduzione, a una metrica coerente con le libertà di quella originale, non corrisponde un’eguale cura nella resa della musicalità cantilenante, benché incisa da non rari allungamenti e sincopi del ritmo: non lascia soddisfatti, p.es., la resa del verso 33 con uno spiccio settenario in luogo del più malinconico endecasillabo tronco greco; così come non lascia l’eccessivo scivolamento dei versi italiani in una mezza prosa. Anche le scelte lessicali presentano qualche passaggio a vuoto, dall’omissione della congiunzione nell’anafora del verso 23, che offre preziosa pausa e dilatazione ritmica utile a comprendere la necessità d’iterare l’apprendimento da parte del viaggiatore, all’ingiustificato vezzeggiativo isoletta (verso 28), al fiacco asprigno riferito a Posidone (verso 10), là dove l’aggettivo greco qualifica l’inclinazione del dio marino a una furia scomposta, del resto delineata al verso 5 come animosità “fumante” (la radice del termine originale è la stessa di fumus latino).

***

Nel 1984 usciva la versione di cinquantacinque poesie di Kavafis tradotte da Margherita Dalmati (pseudonimo di Maria Niki Zoroyannis, compianta, insigne neogrecista e italianista) e Nelo Risi per Einaudi:

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
I Ciclopi e i Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti di ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piedi sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per la strada
senza aspettarti le ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio,con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Fu questa la traduzione più diffusa tra i giovani nei primi decenni in cui s’affermò l’università di massa. Un apprezzabile puntiglio nella fedeltà grammaticale e nelle scelte lessicali sono le qualità migliori di un testo nel quale la versificazione libera ricerca una musicalità consona a quella dell’originale, ma un eccessivo ricorso a soluzioni verbose: devi avere per un esortativo assai più diretto (verso 24); o alla troppa libertà del verso 33, tradotto da asserzione in interrogativo retorico; o, ancora, al verso 34, lo stiracchiamento indotto dal gratuito per questo.

***

Tra il 1986 e il 2004 sono uscite in diverse vesti le traduzioni dell’opera di Kavafis ad opera di Guido Ceronetti, geniale e eterodosso letterato di smisurata cultura, e questa è la sua versione:

Itaca

Se Itaca è la meta del tuo viaggio
formula voti sia una lunga via;
peripezie e scoperte la gremiscano.
Lestrìgoni , Ciclòpi, e di Poseidone
accessi d’ira escludili.
Renderli vani è in te se via facendo
col pensiero li domini, se carne e spirito
risucchi la vertigine.
Mai vedresti Lestrìgoni e Ciclòpi
se Psiche in te non li generasse,
né l’irascibile Poseidone ti sbatterebbe
se Psiche in te non lo drizzasse orrendo.

Vòglila lunga, la via.
E i mattini d’estate mai finiscano
in cui ti accolgano finora ignoti
porti che di dolcezze ti sfiniscano.
A ogni suk dei Fenici sosterai,
ci farai begli acquisti di coralli,
di madreperle, d’ebani, di ambre.
E di profumi che stordiscano pigliane
a sacchi,di più godrai.
Ma nelle città egizie tu errabondo
viandante agli eruditi
rivolgiti, e da loro impara,
impara senza fine.

Della tua mente avrai stella polare
Itaca – sempre. Là devi approdare,
termine ultimo tuo prescritto.
Il viaggio
fallo anni durare, ritorna vecchio
nella tua isola, gli accumulati
lungo la via tesori
li sbarcherai con te, perché da Itaca
ricchezze non puoi sperare.

Il dono d’Itaca è il viaggio che fu bello.
Senza di lei, per te, quale cammino?
E null’altro sarà il suo dare.

Pur così povera mai ti avrà deluso.
Ora tu sei di vita e di sapienza
talmente ricco! E certo non ti è ignoto
il senso che ogni Itaca tramanda.

Traduzione solidissima nell’interpretare e rendere contenuto e senso, volutamente libera – all’apparenza – dal formalismo delle dipendenze testuali, ma in realtà rapace nel catturare la densità del messaggio, che da invito si fa, nell’ultima parte, prescrizione. Si noti il passaggio dalla sintesi semantica delle prime due strofe al tono quasi profetico, reso con preziosi arcaismi nella sequenza interna d’ogni verso, della seconda parte del carme. Ceronetti intende il tradurre come un letterale traducere, e dunque un veicolare i contenuti e lo spirito della poesia con piena libertà di strumenti. La fedeltà consiste nel tono, nei registri stilistici, nella sintesi che impone traslando concetti e immagini da un codice a un altro, consapevole che ogni codice appartiene a una distinta cultura ed ai suoi millenari sedimenti e meccanismi ancestrali. Lo dichiarò ristrutturando la semantica e reinterpretando la forma del suo Catullo, che tanto sconcerto destò nei tradizionalisti ed entusiasmo nei giovani appassionati di poesia dell’ultimo quarto del Novecento: lo ripropose nei testi di Kavafis.

***

Sulla medesima linea di Pontani si colloca lo stile della traduzione di Nicola Crocetti (1993), per eccellenza l’editore dei poeti e profondo conoscitore della poesia neogreca. Il testo si fa apprezzare per una maggiore fedeltà semantica e per una versificazione diritta e piana che trasmette la quiete serena del canto più famoso di Kavafis.

Itaca

Se ti metti in viaggio per Itaca
augurati che ti sia lunga la via,
piena di conoscenze e d’avventure.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi
o l’irascibile Posidone:
nulla di ciò troverai mai per strada
se mantieni elevato il pensiero, se un’emozione
eletta ti tocca il corpo e il cuore.
Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi
né Posidone l’arcigno
se non li porti dentro, nel tuo cuore,
se non è il cuore a alzarteli davanti.

Augurati che ti sia lunga la via.
Che siano molti i mattini estivi
in cui soddisfatto e felice
entri in porti mai visti prima;
fai scalo negli empori dei Fenici
e acquisti belle mercanzie,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
e ogni sorta d’aromi voluttuosi,
quanti più aromi voluttuosi puoi;
e va’ in molte città d’Egitto,
a imparare, imparare dai sapienti.

Tienila sempre in mente, Itaca.
La tua meta è approdarvi.
Ma non far fretta al tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni;
e che ormai vecchio alla tua isola attracchi,
ricco di quel che guadagnasti per via,
senza aspettarti da Itaca ricchezze.
Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Non saresti partito senza di lei.
Questo solo ha da darti.

E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
Sei diventato così esperto e saggio
che avrai capito che vuol dire Itaca.

***

Nel 2013, infine, per i miei studenti del liceo classico di Montepulciano, in occasione del consueto Stage di cultura classica in Grecia che tengo ogni anno ad aprile per una decina di giorni, ho proposto loro di lavorare a un reading dedicato a Kavafis. Abbiamo selezionato una trentina di testi, hanno studiato la vita e l’opera del poeta, analizzato e redatto brevi, folgoranti e azzeccatissimi commenti introduttivi ai brani che alcuni di loro avrebbero letto, una sera, sulla riva del mare, sotto le stelle che brillavano sopra la baia cuoriforme di Parga, in Epiro. Con la baldanza e l’ardire dei diciassettenni che erano, mi dissero che nessuna delle traduzioni piaceva loro davvero. Così trascorsi un bel po’ di notti a tradurre Kavafis, penando un po’ perché la mia conoscenza del neogreco è poco più che scolastica, ma appresi molto in quelle notti: soprattutto la prudenza e lo scrupolo, per amore del grande Alessandrino. Ecco, dunque, la mia Itaca, versione riveduta di quella pubblicata nel 2010 su una sperduta pagina della rete (http://dichieilpassato.net/wp-content/uploads/2016/05/De-Reditu.pdf).
Tocca agli amici e ai lettori di Erato analizzarla, se il gioco non li attedia, e indirizzare i loro giudizi e strali, perché il rischio di tradire è insito nell’esercizio del tradurre, l’interpretare ha labili confini e l’assimilarsi (che è meno bigotto dell’immedesimarsi) è un’impresa che comporta spogliarsi di sé e guardare con gli occhi di un altro, cercando le parole e le immagini che siano contemporaneamente fedeli al suo testo e non avviliscano i codici espressivi e lo spirito del traduttore. Buona lettura, confidando che si torni a discutere di traduzioni poetiche in questa nostra agorà virtuale.

Itaca

Quando farai per Itaca la rotta,
prega che lungo sia il cammino,
di diversioni pieno, pieno di saperi.
Lestrigoni e Ciclopi,
ed il furioso Posidone non temere,
ché mai simili incontri potrai far sulla tua strada,
se il tuo pensiero s’eleva, se un nobile sentire
possiede, col tuo corpo, la tua mente.
Lestrigoni e Ciclopi,
ed il feroce Posidone non troverai di fronte,
se non li porti dentro il cuore tuo,
se il cuore tuo non te li mette contro.

Prega che lungo sia il cammino.
Che molti sian le mattine estive
in cui – e con che gratitudine e che gioia! –
arriverai a porti mai incontrati:
scendi agli empori dei Fenici
e acquista belle cose,
coralli e madreperle, ebani ed ambre,
e inebrianti essenze d’ogni specie,
inebrianti essenze più che puoi;
va’ in molte città dell’Egitto,
impara e impara ancora dai sapienti.

Itaca sia sempre nel tuo cuore.
Là giungere sia il solo tuo obiettivo.
Ma il viaggio tu, non affrettare proprio.
Meglio che duri molti anni,
e vecchio approdi infine all’isola,
ricco di quanto avesti sulla rotta,
senza aspettarti che ti dia ricchezza.

Itaca ti ha dato il bel viaggio.
Senza, non ti saresti incamminato.
Altre cose da darti non ha più.

E se la trovi povera, non è che t’ha ingannato.
Saggio così come sei diventato, con tanto d’esperienza,
tu l’hai capito, ormai, cosa vuol dire Itaca.

Furio Durando

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3 commenti
  1. Da semplice lettore, che non ne capisce di greco e latino, mi sento indeciso tra: se sia meglio che a tradurre poesia lo facciano solo i poeti – perché capaci di tradire per ricostruire – oppure altri, più fedeli al letterale ma incapaci di comporre poesia. Scegliere i non-poeti, a patto che siano veramente incapaci e lo si capisca bene, sarebbe forse la scelta migliore: solo traduzione semantica, di modo che il lettore s’incuriosisca a vada a leggersi quel che può dell’originale. Una traduzione non interpretativa, per intenderci. Già, ma così facendo non si venderebbero libri negli altri paesi…

  2. Ciao, grazie infite per la citazione 🙂 sono veramente felice di essere “ospitata” in questo bel post.
    Le mie considerazioni erano del tutto epidermiche, non avendo alcuna competenza di greco, ma leggendo questo tuo articolo inizio ad orientarmi un po’ meglio. Molto bello, complimenti.
    A presto! Stefania

  3. Ogni traduzione ha un suo pregio e contribuisce ad arricchire di nuovi sensi “l’originale”. Come semplice lettore la mia preferenza va ai versi di Nicola Crocetti. Mi sembra che abbia colto ed espresso efficacemente il mito del viaggio per Itaca come utopia: gli approdi di Itaca, come le nostre utopie, restano sempre un po’ distanti dagli orizzonti dell’uomo, mete lontane nel tempo e nello spazio, irraggiungibili se non illusorie. Comunque costituiscono la nostra stella polare, la via da percorrere, per conseguire “virtude e conoscenza”. E la spinta al viaggio è appunto il vero, bel dono di Itaca.

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