Dal Postmoderno decadentistico al postmoderno forte. “Il Vuoto non è il Nulla” poesia di Gino Rago con una nota di Giorgio Linguaglossa

Vuoto-Fisica-Filosofia

Il Vuoto non è il Nulla

Preferiva parlare a se stesso. Temeva l’altrui sordità.
“L’intenzione dello Spirito Santo è come al cielo si vada.
Non come vada il cielo”.
(…)
A Pisa tutti tremarono.
Il poeta vero ama la nascita imperfetta delle cose. Come fu.
In principio… Il vero poeta lo sa.
E’ nei primissimi istanti dell’universo materiale.
Non c’è lo spazio. Non c’è il Tempo.
Non si può vedere nulla. Perché per vedere ci vogliono i fotoni.
Ma in principio i fotoni non ci sono ancora.
Né si può ‘stare’. Perché per stare ci vuole uno Spazio.
Nessuno può ‘attendere’ (o ‘aspettare’).
Perché per poter attendere o aspettare ci vuole un Tempo.
(…)
In principio. Nei primissimi istanti… E’ solo il Vuoto.
Il Vuoto soltanto che non è il Nulla. E’ un Vuoto zeppo di cose.
E’ come il numero zero. Lo zero che contiene tutti i numeri.
I negativi e positivi che sommati giungono allo zero.
In Principio… Nei primissimi istanti il Vuoto. E il Silenzio.
Ma il silenzio che contiene tutti i suoni. Il silenzio di Cage.
E l’universo materiale? Viene dalla rottura della perfezione.
(…)
E’ stata l’imperfezione a produrre questa meraviglia?
Sì. Il Tutto viene dalla imperfezione.
Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accolti
finché Luce non si stacchi dalla materia opaca.
Ma se la luce si distacca esistono i fotoni, il moto, l’attrito,
il tempo e lo spazio. Può esistere l’uomo che scrive la vita.
La poesia che scoppia dal vuoto che fluttua.

Gino Rago

 

De rerum naturaQuesta poesia è una delle punte più alte della «nuova ontologia estetica». Il poeta ha abbandonato alle ortiche la vecchia e antiquata concezione delle parole che parlano dell’«io» e del «tu», la poesia ricomincia daccapo, alla maniera di Lucrezio, dal De rerum natura. Riprende a tessere il filo del discorso poetico dall’origine, dal nulla e dal tutto. L’essere, ed è questo l’enorme problema della metafisica, sfugge alla predicazione, non risponde al predicato, non rientra nel linguaggio nel quale sembra, tuttavia, in qualche modo, anche risiedere come all’interno di una dimensione illusoria (come un palazzo fatto di specchi che si riflettono l’un l’altro), nella quale l’io pensa di esserci; ma, allora questo è il luogo di un grande abbaglio se l’io della percezione immediata crede ingenuamente in ciò che vede e sente. Ed è appunto questo ciò che fa il linguaggio della poesia: far credere in quel grande abbaglio. Ma è, per l’appunto, un abbaglio, una illusione. Per questo la poesia ha a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie della certezza e della verità, che filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare perché avrebbe messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo dei concreti e delle certezze, del nomos e del logos, parole altisonanti che all’orecchio della Musa invece suonano false e posticce. L’io, per quanto manifesto, reperisce altrove il suo statuto ontologico, nella sua mancanza costitutiva, che lo costituisce come impalcatura del soggetto. l’io ‘ mento ‘, è la vera dimensione dell’io ‘ penso ‘. L’abbaglio, l’illusione, l’illusorietà delle illusioni, lo specchio, il riflesso dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio, il vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose, che è al di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso, che dialoga con se stesso…
Il mondo dell’innominabile, delle petizioni cieche in quanto prive di parole che stanno nell’inconscio, una volta raggiunto il Realitätprinzip, e cioè la dimensione propriamente linguistica, ecco che indossa l’abito di parole. Ma non sono quelle le parole che la petizione chiedeva, sono altre che la petizione non aveva previsto, né avrebbe mai potuto immaginare. La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivolava invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale, in quanto diventata ipoteca panlinguistica. […]
Il linguaggio poetico, in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso per via della stessa logica differenziale che vedeva nel gioco dei rinvii la sua sola consistenza, si autonomizzava, si chiudeva su se stesso e diventava linguaggio che si ciba di linguaggio. Una dimensione auto fagocitatoria. Nella dimensione auto fagocitatoria scivola inevitabilmente ogni petizione panlinguistica. Che lo si voglia o no, la poesia del post-Novecento, così come è stato per la poesia del Novecento, è stata colpita a morte dal virus del panlogismo, sconosciuto ad altre epoche e alla poesia di altre civiltà. Nulla è più disdicevole dell’atteggiamento panlogistico proprio delle poetiche sperimentali e post-sperimentali che pretendono di commutare una ipoteca linguistica in petizione di poetica, in intermezzo ludico facoltativo. C’è sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile, che resiste testardamente alla irreggimentazione nel discorso poetico. Ecco, quello che resta fuori è l’essenziale. L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’Altro, nell’ordine simbolico. Allora, si può dire, lacanianamente, che «il simbolo uccide la “Cosa”». Il problema della “Cosa” è che di essa non sappiamo nulla, ma almeno adesso sappiamo che c’è, e con essa c’è anche il “Vuoto” che incombe sulla “Cosa” risucchiandola nel non essere dell’essere. È questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca e dei classici, perché adesso sappiamo che c’è la “Cosa”, e con essa c’è il “Vuoto” che incombe minaccioso e tutto inghiotte. È stato possibile parlare di «nuova ontologia estetica», solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta, solo una volta estrodotto il soggetto linguistico che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono,cartesianamente, Essere e Pensiero, quello che Descartes inaugura e che chiama «cogito». Solo una volta che le vecchie parole sono rientrate nella patria della vecchia metafisica, allora le nuove possono sorgere, hanno la via libera da ostruzioni e impedimenti perché con loro e grazie a loro sorge una nuova metafisica.

Giorgio Linguaglossa

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8 commenti
  1. Un filosofo italiano, Andrea Emo, negli anni in cui l’Europa e l’Italia sprofondano nel fascismo e nel nazismo, che vive appartato, lontano dall’accademia, nella solitudine claustrale della sua esistenza scrive forse i pensieri più abissali che siano mai stati scritti. Non pubblicò mai nulla in vita e i suoi scritti sono stati riproposti al pubblico da una casualità dal filosofo Massimo Donà che li ha fatti pubblicare con una interessantissima introduzione, pubblicazione purtroppo ormai introvabile e mai più ristampata. Questo per dire che la «nuova ontologia estetica», di cui Gino Rago è un acuto e intelligente interprete, vuole riparametrare la poesia italiana al tempo perduto in questi ultimi 50 anni, ha accordato la sua musa alle grandi problematiche oggi dimenticate e neglette. Gino Rago ha compreso come forse nessuno all’interno della «nuova ontologia estetica» che bisogna andare al fondo delle cose, pensare l’impensato, fare poesia dell’impensato, il vuoto è qui, tra di noi, in noi, dentro di noi, non dobbiamo andarlo a cercare altrove…
    Ecco alcuni aforismi di Andrea Emo:

    Andrea Emo, Aforismi da
    Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981

    Il nulla è l’assoluto che si annulla, appunto perché il nulla è l’assoluto […] L’origine è il nulla, in quanto è l’origine che si annulla […], cioè è l’annullarsi dell’origine; l’origine è l’atto dell’annullarsi, del suo annullarsi […]

    Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere? […]

    Cosa è la presenza? La presenza è la presenza del togliersi, cioè l’attualità del togliersi. […] La presenza non è un immediato. […] Il negarsi del presente è il suo esser atto, esser in atto, esser presente, attuale […]. Il nulla giustifica, fonda l’originarietà dell’attuale. Appunto perché il nulla è attuale. L’attuale non contiene il nulla staticamente, come un recipiente, ma attualmente, negandosi, togliendosi […]

  2. Da quanto esposto vien da pensare che la deriva dell’essere comporterà, tra le altre cose, una modifica nella funzione della psicoanalisi. Lo svuotamento dell’essere è svuotamento dell’abitato (delle cose, dell’io). Comunque sia, Gino Rago in questa poesia rimette in gioco l’origine. Ne intuisce la necessità, vede la svolta, il cambio di paradigma. E lo fa da par suo, con il passo deciso e inconfondibile del suo frammento. A differenza di altri autori NOE egli non deborda, né cede a richiami che lo distoglierebbero dal tema che si è prefisso. Credo sia questa la sua principale caratteristica.

  3. La poesia di Gino Rago va, misteriosamewnte, oltre il “dicibile”, è un tentativo eroico di esprimere a parole ciò che è al di là di qualunque parola: ma è sempre Gino Rago che si esprime, il suo io teso come un arco verso il superamento del limite, è una freccia verso il vuoto colmo di ogni cosa, verso il silenzio dove si celano tutti i suoni e le parole, è sempre la “sua” parola che tenta di trascendere se stessa. Forse è il massimo a cui può arrivare la parola in questa tensione estrema verso l’assoluto: ma l’Assoluto è inafferrabile e l’io rimane la nostra dimensione: illusoria? Baluginare di luci effimere sopra uno specchio? Anche l’illusione ha una sua realtà non riducibile alle nostre parole perché non possiamo , contemporaneamente, essere e non essere. Ma…la poesia ci da’ le ali per volare: e anche per raggiungere una dimensione dove siamo e , contemporaneamente, non siamo? Forse. Il dibattito , meravigliosamente condotto nei limiti e oltre i limiti…continua. Grazie a Gino, Giorgio e Lucio che non si arrendono mai.

    • Per una Nuova Estetica

      (Versi per Luciano Nota, per Giorgio Linguaglossa, per Lucio M. Tosi, per Mariella Colonna)

      Duchamp giocava meravigliosamente a scacchi.
      Bussò senza preavvisi quel giorno d’incanti alla sua fervida mente
      eompì il gesto decisivo per l’estetica, l’arte e la filosofia:
      a New York espose uno scolabottiglie.
      Disse al mondo che: « L’arte non è l’oggetto reale.
      Ma è l’oggetto immaginario che tu cogli
      quando ne hai distrutto le sue relazioni oggettive reali.
      Perché soltanto distruggendo le condizioni oggettive reali
      balzerà fuori l’ oggetto immaginario.
      L’ oggetto della sensibilità.
      L’ oggetto emotivo pronto a farsi “Cosa”».
      (…)

      Malevitch comprende questo gesto.
      Più tardi espone un quadrato nero in campo tutto bianco.
      Poi fa di più. Mostra un quadrato bianco in campo tutto bianco.
      L’arte tocca il suo annientamento. Noi siamo al silenzio.
      Di morte in morte, di negazione in negazione.
      L’ ”arte-araba fenice” risorge dal suo stesso fuoco e si rinnova.
      Sulle ceneri di parole secche date alle fiamme da Giorgio Linguaglossa
      si levano parole nuove. Ecco la morte dell’arte di Hegel
      che Benedetto Croce non comprese.

      Gino Rago

      (N.B.
      Questi versi sono il mio modo per esprimere gratitudine a Luciano Nota, a Giorgio Linguaglossa, a Lucio Mayoor Tosi, a Mariella Colonna per la magnifica ospitalità
      e per l’alta qualità de commenti).
      Grazie.
      Gino Rago

  4. Meditazioni di un Maestro di «Estetica»

    In poche parole possiamo affermare che l’ Estetica è stata fin qui una infinità di cose.
    E’ stata ad esempio una “teoria del bello”, una teoria della identità dell’arte con il bello, una teoria
    dell’arte come “forma”, e così via, attraversando tutte le definizioni che, nel corso del tempo e di epoca in epoca, sono state formulate della “essenza” o dell’idea dell’arte.
    A partire da Kant e dal ‘700 l’Estetica è quel che in origine il termine dice, vale a dire «una teoria dei
    mondi sensibili», una teoria della sensibilità e persino della “sensazione”.
    Specialmente nel corso dell’Ottocento ha molto mutuato da quelle scienze dell’uomo allora in grande
    Sviluppo che sono la psicologia, la sociologia, l’antropologia. Tuttavia, specialmente in Italia, perdura
    una grande confusione. Ciò evidentemente perché «scienza» l’Estetica non è riuscita a diventare.
    Se l’Estetica fosse stata in grado di diventare scienza sarebbe stato di certo più univoco il consenso intorno
    a questa disciplina che porta il nome glorioso inventato da G. Baumgarten nel 1750 quando pubblicò
    il primo libro che aveva come titolo «Estetica»…
    (…)
    L’Estetica è una riflessione generale sul mondo dell’arte e sul mondo della sensibilità.
    Dunque, deve accorgersi che i tempi cambiano; deve riconoscere la realtà altrimenti rischia di perderne
    dei frammenti, di smarrirne dei pezzi. L’Estetica deve stare attenta al movimento dell’esperienza.
    (…)
    Non mutano soltanto i fenomeni esterni: muta il rapporto spazio-temporale e cambia la nostra percezione
    dello spazio e del tempo, spazio e tempo che si rivoluzionano insieme con la rivoluzione dei fenomeni
    della natura e dei fenomeni dell’arte.
    Dunque, in un’ epoca come la nostra la morte-superamento dell’estetica implica che l’Estetica, secondo l’idea del suo fondatore Baumgarten, vada a cercare le sue indicazioni a fianco delle scienze.
    Decisive per una «Nuova Estetica» oggi possono essere, anzi sono, le operazioni che vengono condotte
    in terreno scientifico, a partire dalla fisica delle particelle e dalla biologia … Qui mi richiamo a colui che
    a mio avviso è da considerare il più rivoluzionario dei biologi: Prigogine.

    (a cura di) Gino Rago

  5. (…)

    “A mio avviso l’estetica non potrà più prescindere dai nuovi orizzonti delle scienze e deve orientarsi
    essa stessa verso una «forma scientifica». Deve appropriarsi di uno «statuto scientifico».
    Oltre che a Prigogine e alla sua idea di ruolo “creativo” del tempo, l’Estetica deve accostarsi anche
    a René Thom e alla sua «teoria delle catastrofi» oltre che alla scienza dei “frattali” di Manderbrot
    e all’ipotesi del «vuoto fluttuante» di Edward P. Tyron…”

    (…)
    “Troppo a lungo, almeno fino agli anni ’40 del Novecento e a partire dagli inizi del XX Secolo,
    l’Estetica è stata narcotizzata dal paradigma crociano fondato sull’idea “ arte-bello…”

    (a cura di) Gino Rago

  6. Grazie a te, Gino. Sei per me splendidamente impegnativo. Le tue poesie sono dense di significato ma brillano per intuizione e acuta comprensione – per non dire , in altri componimenti, della tua profonda umanità e compartecipazione – Per mio gusto un po’ solenni e seriose, ma la scrittura è viva, quindi assai gradevole alla lettura.

  7. Philtate Gino,

    sempre più comprendo la portata della rivoluzionaria operazione noetica linguaglossiana e che trova in te un paladino e un didaskalos. L’investimento artistico, così come tu poeticamente metti in luce, in questo percorso di annientamento-rinascita, aggiunge vibrazioni di risonanza nella dimensione iconica, rendendo trasversale e universalizzante questo processo-progetto.
    Il mio pensiero va sempre al divenire eracliteo e alla dimensione del mito in generale, così consona a tale antinomica evoluzione. Il tuo approdare poi nella parola, “ceneri secche” da cui sorgono “parole nuove” è un tuo dono-fenice di rinascita e di passaggio epico-epocale dalla morte-arte all’arte-vita!
    Grazie del tuo generoso e vivificante fuoco!

    Gabriella (Cinti)

    (il commento di Gabriella Cinti, ricevuto sulla mia e-mail, per la dottrina e la forza
    interna delle parole che lo sostengono merita d’essere diffuso, e goduto non soltanto
    da me… )

    Gino Rago

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