Riccardo Nencini, “La battaglia – Guelfi e Ghibellini a Campaldino nel sabato di San Barnaba”, Edizioni Polistampa, letto da Dante Maffia

1a bozzaRiccardo Nencini si muove, ormai, nel mondo medioevale, in particolare fiorentino e toscano, come se fosse a casa sua: deciso, preciso, con riferimenti sbalorditivi sia per l’attinenza e sia per la dovizia. Un mare immenso di nomi, di eventi, di posizioni politiche, scontri, incontri, raggiri e progetti da dare il capogiro anche a chi è abituato a macinare carta ogni giorno. Gli riconosce questa facoltà, questa padronanza, anche Franco Cardini, ed è quanto dire, perché sappiamo quanto il Professore sia difficile e meticoloso e perfino diffidente se non trova riscontri scientifici impeccabili. Ma la domanda è: un romanzo deve ricostruire con precisione e con dati veritieri la sua storia o può permettersi la libertà di inventare, di aggiunge o sottrarre? Domanda quasi fuori luogo se il lettore si sofferma un attimo sui Ringraziamenti in cui Nencini ribadisce (lo fa ogni volta seppure con parole diverse) che “un romanzo storico è la sceneggiatura di fatti reali” e che “I personaggi inventati si contano sulle dita di una mano”. Dunque, a detta dell’autore, La battaglia – Guelfi e Ghibellini a Campaldino nel sabato di San Barnaba è caratterizzato decisamente e in effetti la ricostruzione dei fatti è fedele, tanto che si ha l’impressione di essere presenti a ciò che accade: i particolari, di ogni genere, sono scanditi con la precisione di un furiere che tiene il conto di armi e di soldati, di finimenti e di spade e carriaggi. Ma in questo  romanzo Nencini raggiunge una plasticità straordinaria nel ritrarre i protagonisti, lo fa come un consumato scultore quattrocentesco, di quelli che modellano con equilibrata passione e sanno evidenziare il carattere attraverso i particolari. Un esempio: “Ciante dei Fifanti prese la parola per primo. Le cicatrici che gli solcavano la pelle erano chiare come i cerchi del tronco di un albero, le spalle larghe e la corporatura massiccia. Una quercia pendente da un lato tenuta in vita dalla sete di vendetta”. E non è da meno quando pennella il paesaggio, con una punta di orgoglio, come chi sta offrendo una propria creatura di cui è innamorato pazzamente. Perché alla base di queste ricostruzioni, di queste atmosfere, di questi spaccati storici, c’è l’amore di Riccardo Nencini per la sua terra. Egli ne sembra impastato negli occhi e nel cuore e vive le forme dei luoghi, i colori, il clima, gli odori come chi scopre ogni volta il paradiso. Un atto d’amore che non nasconde, anzi è tentato di esibirlo tanta è radicata in lui la convinzione che non ci siano al mondo luoghi più meravigliosi. Vorrei soffermarmi un attimo proprio sulla “qualità letteraria” e su “l’efficacia del racconto” che Franco Cardini, nella sua mirabile prefazione, dichiara di non occuparsene non essendo un critico letterario. Se Nencini non avesse avuto dalla sua una scrittura limpida e tesa a cogliere l’essenziale degli eventi e le psicologie dei protagonisti, se non avesse seguito il ritmo e la scansione degli eventi come un bellissimo racconto d’avventura La battaglia – Guelfi e Ghibellini a Campaldino nel sabato di San Barnaba sarebbe un puntuale libro di storia documentato e preciso, ma senza il fiato che rende vivi e palpitanti fiorentini e aretini, Dante Alighieri e Cecco Angiolieri. Il merito di Nencini è proprio in quella sua umanità che sa rendere complici degli avvenimenti e sa far sentire che cosa c’è dietro i progetti, le ansie, gli assalti, le carneficine. Lo fa comunque, direbbe Lukacs, utilizzando la materia con obiettività e con quella pacata maniera che dà concerto all’insieme facendo arrivare al lettore le problematiche nella loro complessità politica. A tratti si ha l’impressione, sempre restando a Lukacs, che Nencini si serva della tecnica dell’estraniamento che gli permette di rappresentare l’epoca in maniera indiretta costellandola di una sapienza tutta rinascimentale che mi pare il dato più saliente e più convincente di tutto il libro. In uno degli scrittri sparsi su “La voce” Giuseppe De Robertis  afferma che “l’esperienza è tutta un divenire”. Ecco, questa esperienza storica di Nencini è tutta un divenire, è una semina che io spero attecchisca nei giovani, negli studenti che dovessero avere la ventura di imbattersi in questa opera che non è fiorentina e toscana, ma tutta, tutta italiana, perché Firenze è il Medioevo ed è il Rinascimento e se noi li sapessimo interrogare con fierezza e con complicità, come hanno fatto per secoli perfino gli inglesi e russi, sia il Medioevo e sia il Rinascimento potrebbero ancora e sempre illuminare la civiltà in cammino.

Dante Maffia

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