Le odi di Quinto Orazio Flacco tradotte da Cesare Pavese, lette da Dante Maffia

le odi di orazio
Firenze, Leo S. Olschki, 2013, pp.197, a cura di Giovanni Bàrberi Squarotti

A dimostrazione che la poesia vera, quella alta e autentica, è sempre viva, ecco la riproposta delle Odi di Orazio fatta da Cesare Pavese. Rileggiamo Orazio e lo rileggiamo attraverso la sensibilità di uno scrittore, di un poeta che ci si abbeverò lungamente, che lo attraversò lentamente succhiandone nettare e tecnica, accensioni e meditazioni, al punto che a rileggere Lavorare stanca entriamo meglio e più agevolmente nelle atmosfere langarole, e proprio perché anche le atmosfere dei luoghi di nascita oraziani sono simili.
Dunque Pavese non scelse a caso, ma per affinità, ed è la chiave con cui mi sono messo a leggere queste traduzioni che trovo sostanziate da lampanti verità oraziane ricreate senza sbavature e senza tradimenti, con una adesione compatta e convinta.
Una volta stabilito ciò leggiamo il saggio introduttivo di Giovanni Bàrberi Squarotti che ci porta dentro l’officina pavesiana con “l’umore” più giusto e necessario.
Innanzi tutto apprendiamo che tutti gli studi finora dedicati a Pavese traduttore si sono orientati quasi esclusivamente in direzione delle traduzioni dall’inglese. Bàrberi Squarotti, in una nota, evidenzia che in genere ha suscitato interesse il Pavese anglista e americanista, come dimostrano gli studi, per citarne alcuni, di M. Stella, di M. Lanzillotta, di A. Battistini, e invece bisogna soffermarsi sui lavori dal greco e dal latino se vogliamo capire fino in fondo perfino l’ansia che lo porterà poi a prediligere
gli autori di lingua inglese.
Bàrberi Squarotti sostiene che la traduzione delle Odi costituisce “in sé un valore aggiunto, oltre che il parametro fondamentale per misurare il pregio che essa riscuote al di là dell’importanza documentale”.
A una prima stesura letterale buttata giù di getto, seguono correzioni, variazioni, mutamenti che rendono la poesia di Orazio “più libera ed evocativa… più mossa ed
espressiva”.
Naturalmente il critico mostra esempi precisi e probanti per avvalorare la sua tesi, fino a concludere “che si tratta di una moderna traduzione d’autore che non ha perso freschezza e che serve ancora egregiamente la causa di Orazio”.
Se si pensa che Pavese all’epoca aveva soltanto diciotto anni, appena uscito dal Liceo D’Azeglio, si può avere l’idea di una passione sfrenata e di una consapevolezza dei propri mezzi davvero fuori dal comune. Pavese, del resto, non ha sempre detto e ripetuto che bisogna tradurre sei ore al giorno per allenarsi e poi, se non basta, dodici ore al giorno?
Si spiega così la levigatezza dei suoi versi, l’andamento classicheggiante della sua scrittura, la compostezza del dettato, la precisione del vocabolario. Scrittori e poeti si nasce, grandi si diventa, diceva Oscar Wilde. Pavese aveva fatto suo questo motto e sentiva la responsabilità del lavoro di scrittore come una missione civile che andava svolta con coerenza e con rigore.
Gli autori scelti negli anni della sua formazione non erano commissioni di case editrici, accordi o contratti da rispettare, erano adesioni a un mondo che lo affascinava, che sentiva come proprio, e dal quale era certo di poter imparare soprattutto la tecnica compositiva. In questo senso (e ovviamente non solo in questo senso) la poesia di Orazio si presta ed è fonte inesauribile di indicazioni, di esempi inimitabili.
Perciò si tengano in gran conto le traduzioni fatte dal greco e dal latino che ci danno, come dimostra la saggia e documentata Introduzione di Giovanni Bàrberi Squarotti, le direttive di un percorso mai abbandonato, neppure quando la “modernità” americana entrò a far parte dell’immaginario pavesiano. I modelli rimasero sullo sfondo a “dettare” l’adagio dello sguardo e della musica, il candore delle rivelazioni, lo scavo psicologico, l’aura esoterica di talune affermazioni e di talune immagini o metafore (pardon similitudini). Pavese conosceva se stesso più di quanto si possa pensare e dava retta alla sua improntitudine, alle sue passioni, alle sue accensioni, convinto che la poesia ha bisogno di grande serenità per arrivare ai vertici e alle profondità. E profondità gli dettero le traduzioni da Orazio che, ci si soffermi su questo per verificarne l’attendibilità, gli porsero felicemente quella che Giovanni Bàrberi Squarotti chiama la riproduzione di una “intonazione”. Quella medesima intonazione che sentiamo scorrere in maniera fluida e leggera soprattutto nell’opera poetica, ma anche in tante pagine dei romanzi. Tanto è vero che ci resta nell’orecchio, sempre, a pagina chiusa, come qualcosa che ci appartiene da sempre e che comunque è carattere di un mondo ben identificato e identificabile.

Dante Maffia

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8 commenti
  1. “Pavese conosceva se stesso più di quanto si possa pensare e dava retta alla sua improntitudine, alle sue passioni, alle sue accensioni, convinto che la poesia ha bisogno di grande serenità per arrivare ai vertici e alle profondità. E profondità gli dettero le traduzioni da Orazio che, ci si soffermi su questo per verificarne l’attendibilità, gli porsero felicemente quella che Giovanni Barberi Squarotti chiama la riproduzione di una “intonazione”. Quella medesima intonazione che sentiamo scorrere in maniera fluida e leggera soprattutto nell’opera poetica, ma anche in tante pagine dei romanzi. Tanto è vero che ci resta nell’orecchio, sempre, a pagina chiusa, come qualcosa che ci appartiene da sempre e che comunque è carattere di un mondo ben identificato e identificabile.”

    Condivido pienamente il giudizio di Giorgio Bàrberi Squarotti sulla traduzione di Orazio e sulla traduzione in sé, come preparazione alla scrittura, del mio amatissimo Cesare Pavese,
    Grazie per l’interessante proposta.
    Giorgina Busca Gernetti
    ,

  2. Ad Pyrrham

    Quis multa gracilis te puer in rosa
    perfusus liquidis urget odoribus
    grato, Pyrrha, sub antro?
    cui flavam religas comam

    simplex munditiis? heu quotiens fidem
    mutatosque deos flebit et aspera
    nigris aequora ventis
    emirabitur insolens

    qui nunc te fruitur credulus aurea,
    qui semper vacuam, semper amabilem
    sperat, nescius aurae
    fallacis. miseri, quibus

    intemptata nites. me tabula sacer
    votiva paries indicat uvida
    suspendisse potenti
    vestimenta maris deo.

    • Caro Luciano,
      ti ringrazio per la correzione. Tale e tanta è stata la mia frequentazione del padre, prof. Giorgio, sia di persona a Torino, sia per lettera e soprattutto negli scritti critici (anche sui miei libri di poesia) che la G. iniziale mi ha spinta all’equivoco. Figlio degno di tal padre!
      Giorgina

    • “qui nunc te fruitur credulus aurea,
      qui semper vacuam, semper amabilem
      sperat, nescius aurae
      fallacis. miseri, quibus

      intemptata nites”

      Gioiello nel gioiello. La chiusa, poi, è tipicamente oraziana, con dominio di sé e senza lamenti eccessivi, secondo il suo stesso detto: “Ne quid nimis”.
      Giorgina

  3. Grazie, caro Dante, per questa tua lettura di Pavese traduttore dei classici “primi” e non solo di quelli americani… l’eco degli antichi risuona peraltro limpidissima nei “Dialoghi con Leucò”… ora non mi resta che acquistare il libro e rigodermi Orazio e Pavese…pensando a Maffia con graditudine!

  4. Ringrazio Dante Maffia per la proposta di questo libro su Cesare Pavese traduttore delle “Odi” di Orazio, con nota introduttiva di Giovanni Bàrberi Squarotti, per me di grande soddisfazione sia perché amo immensamente Pavese poeta, narratore e traduttore, sia per l’amore verso i lirici greco-latini, mio “pane quotidiano” per anni, sia, infine, per la stima verso il critico che ha introdotto le traduzioni.
    Giorgina Busca Gernetti

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