Sandro Boccardi letto da Giorgio Linguaglossa

boccardi
Sandro Boccardi Partiture d’acqua e di terra Nomos, Busto Arsizio, 2012 pp. 180 € 14
Sandro Boccardi è nato nel 1932 a Lodi e ha lavorato nel settore cultura del comune di Milano. Ha pubblicato: A dispetto delle sentinelle (1963) e, con Scheiwiller, La città (1965), Durezze e ligature (1967), Ricercari (1973) e Le tempora (1978). Nel 2004 pubblica Sonetti per gioco e rancore.

Poesia di travagliata e rastremata intensità musicale questa crestomazia à rebours di Sandro Boccardi giacché inizia dalle poesie più recenti per terminare il volume con le più antiche. Se leggiamo la prima poesia datata 1958 notiamo subito l’impressionismo lirico, il sapiente dosaggio degli attanti astratti e di quelli concreti che si diramano ai fini di una estatica contemplazione; poesia ricca però di punti fermi, precisi, di topografie ancorché «ai margini del tempo», che abita le «stagioni». Una poesia musicalmente attenta alle consonanze armoniche, ai prolungamenti dei suoni, alle «ligature» (spiega l’autore: «segno usato per prolungare il suono derivante dalla consonanza armonica in modo da preparare e addolcire l’urto della successiva dissonanza»). Durezze e ligature, titolo dell’opera del 1967 (pubblicata con Scheiwiller) indica bene quali siano le tecniche compositive di Sandro Boccardi, quella attenzione alla consonanza e alla armonia entro cui convogliare e far sciogliere le asprezze, le dissonanze lessicali, quelle «ligature» utilizzate per sopire e smussare le «durezze» entro una campitura metrica e musicale a funzionare «come chiave di volta per ligare e quasi giustificare i contrasti e le dicotomie di che si compone la vita e la poesia» (Note in calce al volume). Ecco spiegata la grande attenzione alla musica (Bach, Frescobaldi, la polifonia etc.) che ritorna nella sua poesia in qualità di magistra, di indicatrice di rotta, di cardo e decumano della poiesis: l’armonia degli opposti, musica polifonica e suggestioni modernissime, adagi sinfonici e impennate di jazz. Negli anni Sessanta si sarebbe scambiato questo poeta-artigiano per un autore attardato su strade già battute, un autore demodé in quel clima culturale oppositivo ed effervescente, di neoavanguardie nuove e aggressive, ma oggi che il nostro sguardo è cambiato, si è tranquillizzato e sono evaporate le pulsioni utopiche e giovanilistiche, la poesia di Boccardi ci appare sì stabilmente conservativa, ma conservativa di certi valori della simmetria sul disordine e dell’armonia sulle tendenze dissolvitrici e contestatrici della forma di quei vivacissimi anni. C’è una adesione alla physis, ai codici non scritti della natura che l’io non può attingere, per via della sua lontananza dalla natura, se non tramite la ricerca della forma musicale. Non è compito della poesia accudire alcuna salvezza, neanche per un poeta credente come Boccardi, c’è in lui la tranquilla ostensione della forma quale garante del patto di autenticità che lega l’io alla poiesis. «A filo d’acqua», «Sopra una vecchia foto», «Ieri leggevo» sono alcuni titoli delle poesie di Boccardi che abbiamo scelto. Risalta subito che l’occasione, lo spunto da cui si dirama la poesia è del tutto trascurabile, Boccardi va dritto ad una poiesis riflessiva, cerca di bilanciare l’io e il mondo, un punto d’incontro, un punto di poiesis che non sia un luogo di esilio, di separazione o di clandestinità ma luogo di coabitazione della riflessione e dell’impressione, di pensiero e Sensucht. (Giorgio Linguaglossa)

Era l’aria

L’ansia d’amarti annega
in questa calma di fieni.
La stagione ritorna dove gli anni
hanno legato in fasci di trifoglio
i primi sussurri, i languidi pensieri
adolescenti.
Rileggo in un diario
ingiallite parole
ai margini del tempo.
Era l’aria un fiato
di cani in corsa
lungo steppe aguzze di cespugli.
Il desiderio – scalzo fanciullo –
tra le stoppie correndo si feriva
le tenere caviglie.
(1958)

Ieri leggevo

Ieri leggevo di Richard Osborne
“Conversazioni di Herbert von Karajan”.
Nel parco la luce inseguiva
il balletto dei merli sui rami
bemolli e bequadri di foglie
e becchi gialli,
così la musica attinge la misericordia,
si può essere pazzi o dementi
e intanto salire per gradi
la sommità del cielo,
che arte pericolosa la polifonia
se nasconde nel suo mantello
il baratro.

Buttare l’ironia

Buttare l’ironie, questo vestito
che cela le menzogne.
Scrivere parole
di pietra e di sudore
dove il mondo si liberi
nella totale integrità del tempo
come ammasso di cose magma di materie
che urgono a farsi risultato.

A filo d’acqua

1
A filo d’acqua i filiformi ragni
scattano avanti e indietro come un pendolo
segnando un centro tra due punti arcani.
Qui è il ghiribizzo di un pensiero
– il silenzio
– la morte?
Pure ogni cosa si muove dall’ombra
anche la nuvola riflessa nella roggia.

2
Quando la memoria sfuoca antiche immagini
a filo d’acqua giace un’Ofelia bellissima
sciolti i capelli fra i ranuncoli appassiti
fili preraffaelliti d’erba.
Ora dal concistoro delle rane
inascoltate prèfiche dell’Autogrill
emerge un corpo vero
e intorno al fosso
siringhe profilattici cartacce.
(2004)

Sopra una vecchia foto

I
Non invidiare le Noces di Stravinskij
se togli il nerbo delle percussioni
il gatto a sette code delle sincopi
ribattute sui quattro pianoforti
cambia ben poco dalla Russia contadina
qui è rurale l’incedere di nozze,
abiti in posa d’anteguerra,
volti già perduti nella nebbia
un flash al magnesio ferma in cielo
e il velo ondeggiante della sposa
nelle pozze della pioggia

certo quel tempo non sapeva della guerra
della pioggia d’idrogeno che sloggia la ragione:
lo credi fermo, il tempo, e ci trascina
tra le macerie

IV
me e te confusa tela
fra i sette e settant’anni: e sembra un gioco
a dadi sopra una scacchiera
dove si retrocede e poco avanza
e si fa penitenza fermi al giro
d’una flebile speranza

VII
ed ecco la sarabanda dei confetti rotolati
d’argento e i bambini sotto i tavoli a rincorrerli
biglie più dure del granito
sfere dalla cornucopia, delle
vere al dito non ancora donate
alla patria… oh come il tempo
smentisce le promesse date
le speranze avute
i sogni sbiaditi sulle pergamene
(2008)

*
La nuova vita
sembra ancora più bella
quando si è vecchi.
È come se da un vaso
dimenticato sul balcone
fra i cocci mescolati a terra
sbucasse un croco giallo

*
Il mattino arriva
con cinque monetine
a portare la luce
dai tetti alle vetrine
inizia la cinciallegra
poi vengono i passeri
ripassano il latino
sul loro pentagramma
un merlo scuote la rugiada
dal nero delle piume
così disputa il vetro nel barlume
di una goccia di giada
la quinta monetina è il sole
un centesimo di rame
sopra il cavalcavia.
Poi quando la vita cresce
sono i talenti a stabilire
i tempi a venire

1 commento
  1. La musica è essenziale nella poesia di Sandro Boccardi non solo nell’armonia dei versi, ove grande cura è dedicata all’aspetto fonico-ritmico-timbrico dei lessemi e delle loro giunture, come appunto avviene quando si compone con le note invece che con le parole, ma anche per la presenza della musica come elemento della poesia, in forma di allusione, di paragone o di analogia.
    Mi riferisco alla bella immagine presente nella lirica “Ieri leggevo”:

    “Nel parco la luce inseguiva
    il balletto dei merli sui rami
    bemolli e bequadri di foglie
    e becchi gialli,”.

    Ancor più significativa in questo discorso sulla musica è la composizione “Guardando una fotografia”, scandita in varie lasse di cui qui sono riportate la prima, la quarta e la settima. Mi soffermo sulla prima.

    “Non invidiare le Noces di Stravinskij
    se togli il nerbo delle percussioni
    il gatto a sette code delle sincopi
    ribattute sui quattro pianoforti
    cambia ben poco dalla Russia contadina
    qui è rurale l’incedere di nozze, (…)

    La vecchia fotografia rappresenta una scena di nozze, la tipica foto di gruppo durante un matrimonio celebrato prima della tragica seconda guerra mondiale. L’ambiente è contadino e gli abiti dei personaggi sono modesti. C’è un’aria triste nell’immagine.
    Ma Stravinskij che ruolo ha in questa fotografia?
    Meno noto di “Petruška”, de “La sagra della primavera” e de “L’uccello di fuoco” ma di non minore importanza nell’opera di Stravinskij è il balletto “Les Noces”, iniziato prima dello scoppio della terribile prima guerra mondiale e della rivoluzione d’ottobre, tralasciato per alcuni anni, come è ovvio, completato nel 1917 ma eseguito la prima volta nel 1923.
    Una guerra mondiale non lascia indifferenti, tanto che la partitura del balletto fu notevolmente trasformata e l’orchestra, che originariamente sarebbe dovuta essere di 150 elementi, nella versione post-bellica è composta di quattro pianoforti, varie percussioni e due cymbalon, con un coro di quattro voci soliste.
    La storia, in quattro scene, rappresenta un matrimonio paesano nella campagna russa, terminante con una festa.
    Ecco il legame tra la fotografia contemplata da Boccardi e Stravinskij:
    “Non invidiare le Noces di Stravinskij…”. Basta, infatti, togliere i quattro pianoforti, le percussioni e i cembali, cioè la musica, e tutto resta uguale, nella fotografia e nella storia rappresentata dal compositore russo. Sono nozze paesane, sono contadini dalle vesti modeste. L’espressione dei volti, a parte la gioia del matrimonio, forse è triste perché nella fotografia c’è un inconsapevole presagio di ciò che avverrà, nel balletto c’è la consapevolezza di ciò che è già avvenuto.
    *
    Giorgina Busca Gernetti

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