“I quanti del suicidio” di Helle Busacca letti da Giorgio Linguaglossa

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Helle Busacca I quanti del suicidio Elliot, Roma, pp.330 € 18.70
Helle Busacca (1915-1996) nasce in una famiglia agiata di San Piero Patti, in provincia di Messina, dopo aver trascorso parte della sua giovinezza nel paese natale, Helle si trasferì a Bergamo e successivamente a Milano insieme ai genitori. Laureata in Lettere Classiche presso la Regia Università meneghina negli anni seguenti fu insegnante di lettere in diversi licei spostandosi negli anni di città in città:Varese, Pavia, Milano, Napoli, Siena e, infine, Firenze, dove morì il 15 gennaio 1996. Le sue carte (che contengono corrispondenza, bozze e prime stesure di opere pubblicate, nonché numerosi manoscritti inediti) sono conservate in un Fondo speciale presso l’Archivio di Stato di Firenze.

Helle Busacca

Vedo i torturatori
i cunei le bragi le catene
ma vedo anche la morte.

Vedo gli assassini con la faccia
d’uom giusto che ti pugnalano nella schiena
in un angolo della stessa casa dove nascesti

le orrende matrigne che non sono
ahimè, soltanto nei versi
antichi di virgilio e nella leggenda
di helle e di suo fratello
vedo i fastigi delle loro case
al mare alzate sullo sfacelo
delle tue ossa e dei tuoi nervi
e cementate pietra su pietra
col sangue dei tuoi poveri reni
trafitti da aghi roventi
la febbre l’esilio il digiuno
che ti fa verde come quando
ti hanno trovato con la canna
del gas serrata fra i denti

ma vedo anche la morte.

Vedo la vampa degli alti forni
ultima a essiccare quel poco sangue
che ti rimane quando già
dice silvio eri pallido come un morto
e dice rossana che si leggeva
nei tuoi occhi che avevi tanto sofferto
e che eri già lontana e senza ritorno
anche mentre le offrivi le ciliegie

vedo la danza ubriaca
delle serpi che s’intorcigliano sopra il tuo petto
d’uomo, sui tuoi occhi che giovanna
dice meravigliosi, sul tuo sorriso
che alfredo dice magico, sulla tua fronte
splendida di tutti i numeri dell’universo

Dicevi, tu, mi ricordo,
«quando ho veduto le piramidi
in egitto e i templi
di atene, mi sono chiesto:
ma dove sono coloro
che pure eressero tutto questo…
Ed è che li hanno assassinati
erano troppo grandi per la canea
erano un troppo colossale scorno
per ciò che grufola e vermina…»

Vedo i briganti del commercio
avvezzi a scorticare un pidocchio
per farne una pelle, che ti licenziano
in tronco e contro la legge
quando domandi un congedo
di due mesi per curarti in clinica la tua nevrosi
le femmine racimolate dalle stamberghe
in cui vendevano, di giorno,
maglieria al minuto, recando in dote
niente vestaglie e due sottovesti,
paludate in pelliccia di diamant-visone
e lontra persiano-perla, che con un gesto
spagnolo alla figlia di primo letto
regalano un soprabito di castoro,
dono al padre di quel «furfante» di mio fratello,
«e per quando vai al mercato a fare la spesa»

e che a piene mani profondano
biglietti da diecimila per il caro gatto
siamese che sta crepando, «affettuosa e inerme
creatura che non sa parlare né può difendersi
dottore, non può far altro?»
le lacrime

orride sul ghigno orrido della bestia

ma vedo anche la morte.

Vedo anche la morte. E se uno
le va incontro come tu hai fatto,
come era ed è diverso,
o tu che ho nel cuore bambino,
fratello, quando giocavi
col cerchio, nel giardino, sotto gli alti pioppi,
i riccioli d’oro e gli occhi
già troppo interroganti e fiduciosi
mentre io già cercavo sulle ardue pagine
quello che ora mi segni a dito,
fatto tanto più grande,
tu, che eri dei nostri, di noi.

Noi, gli esseri umani.
C’è anche
la morte.
Non la feroce
che ci strappa quelli che amiamo
ci nega questo inutile sole
ma quella che offre un asilo
dagli assassini, dai mostri
lei sola come era nostra madre
di cui mi dicesti fra i singhiozzi
in uno dei tuoi ultimi giorni:
«CREDI CHE SE CI FOSSE
NOSTRA MADRE, SAREI
RIDOTTO COSI’?»
ed ha sentito,
la madre, la morte, ed è accorsa.

Vieni, aldo, vieni, aldo. E che le carogne
imputridiscano con le carogne,
che hai a fare con esse?
E alla voce
tu hai aperto le braccia, in un volo.

il discorso pre-tecnologico e totemico della poesia di Helle Busacca*
da Giorgio Linguaglossa «Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010)» EdiLet, 2011 pp. 169, 170

La serietà maniacale del discorso pre-tecnologico, totemico di Helle Busacca rivela il proprio carattere di totem per il suo apparire ossessiva, antiquata, espiatoria, irretita nel sortilegio di una logica cannibalica, dove l’autore «mangia» la propria parola, come Saturno fagocita i propri figli. Mostra il lutto di una perdita e di un incesto. La serietà maniacale di questo discorso totemico oggi, a distanza di trenta anni, risalta grazie alla propria diversità, alla densità, per il suo non volere apparire aggiornato o culturalmente smaliziato o in qualche modo «critico» di alcunché. La sua è una parola frontale, diretta come il colpo di una fionda, contro «i neanderthals d’italia».
Ciò che è visibile, ovvero, i singoli elementi delle parole-totem di Helle Busacca, sono le tessere semantiche, i vocaboli-denotatum, gli strumenti di un mondo pre-tecnologico già superato, obliato ed uscito fuori della produzione. Prodotto di «isteria e nevrosi e mania ossessiva/ e psicosi e “mania di persecuzione”». La malinconia del discorso «intimo» di I quanti del suicidio si nutre della discarica dei reperti tecnologici ormai non più utilizzabili dalla nuova produzione tecnologica. È la discarica del «diario intimo», il riconoscimento della poesia come «poesia da camera», rivolta a nessun interlocutore. Rectius, l’unico interlocutore di questa poesia è il fratello Aldo, morto suicida perché troppo intelligente e diverso per poter resistere e competere in un paese come l’Italia. Non poesia dell’ «anima bella» ma poesia del furore agonistico, orgiastico, cannibalico ed ossessivo di una individualità che ha trovato il coraggio di profferire la parola «nuda»: la malinconia di una poesia le cui parole, i cui pezzi di produzione sono usciti fuori produzione, che irradia nerità luciferina nella misura della sua organizzazione formale e strutturale.

E mi domando perché
perché a me perché a me perché a me
doveva accadere questa cosa orrenda
che tu sia entrato nella mia casa
vivo per uscirne verde di gas

La Parola della poesia di Helle Busacca acquista il valore di un totem pre-tecnologico, si nutre dello stesso procedimento «fagocitatorio» che regna nel libero mercato della produzione tecnologica: contestualizza nel nuovo sistema segnico gli elementi de-costentualizzati del progresso tecnologico.
Il totem tecnologico della Parola di Helle Busacca è un totem cannibalico perché per esistere richiede la consegna e la consumazione di continui «sacrifici» espiatori. L’annichilimento della propria lessicologia ne è la conseguenza: il discorso poetico della trilogia riceve numinosità dal suo provenire dal regno dei morti.
Come lo strumento rivela l’essenza della tecnica soltanto quando s’inceppa e si guasta, come lo strumento è trasparente finché lo si utilizza entro il circuito della produzione di merci, ecco che esso diventa pienamente visibile soltanto quando muore o si guasta e diventa infungibile alle esigenze della produzione per il mercato. Soltanto quando vengono deiettati dalla produzione, gli strumenti della produzione post-moderna riacquistano piena visibilità. Come veri e propri zombi, soltanto dopo morte le «parole poetiche» possono riacquistare nuova vita. Così, le configurazioni formali de I quanti del suicidio si cibano di tali morti per restituirli alla piena visibilità di una nuova vita, di una vita larvale ed iconica: della dimensione estetica. È la dimensione del lutto che si annuncia attraverso la resurrezione delle parole morte.
Non è privo di significato che, in generale, tutta l’arte veramente significativa del tardo-moderno e del post-moderno, sia «cannibalica» fin nelle sue intime fibre, nella misura in cui essa si nutre di «morti» per restituirli alla piena visibilità della loro «nuova» vita.
La poesia della trilogia ha tirato le conseguenze di questo fatto con la massima drasticità: la parola-zombie della Busacca deriva la sua potenza proprio dal soliloquio-colloquio intimo e disadorno tra un defunto e un morto che parla.
Algida e luttuosa, la nuova poesia di Helle Busacca rivela la follia o la melancholia della società delle merci e della futura produzione computerizzata del reale per il suo esserne inalienabilmente estranea. Così, se nel mondo delle merci l’iperreale segue ad un altro iperreale… nella poesia della Busacca l’estraneazione fonda la parola del suo «parlato»: una specie di zombie che proviene dal cadavere di un morto: l’assassinio del fratello «aldo»; ciò che rende questa poesia sempre più frontale, surreale e metareale, ipocondriaca, ossessiva, esclusiva, maniacale…

11 commenti
  1. Ottimo libro di poesia, e Helle Busacca è poetessa di grande spessore.
    Grazie a Giorgio Linguaglossa per questo articolo.

  2. Devo anch’io ringraziare Giorgio per aver postato una poetessa di elevatissima qualità, poetessa (ammetto la mia ignoranza) che non conoscevo.Devo assolutamente approfondire, dunque, comprare questo libro.

  3. (…)
    C’è anche
    la morte.
    Non la feroce
    che ci strappa quelli che amiamo
    ci nega questo inutile sole
    ma quella che offre un asilo
    dagli assassini, dai mostri
    lei sola come era nostra madre
    di cui mi dicesti fra i singhiozzi
    in uno dei tuoi ultimi giorni:
    «CREDI CHE SE CI FOSSE
    NOSTRA MADRE, SAREI
    RIDOTTO COSI’?»
    ed ha sentito,
    la madre, la morte, ed è accorsa. (…)
    *
    E’ notevole la lucidità (lucida follia?) con cui la poetessa Helle Busacca affronta nei suoi versi la morte dell’amato fratello Aldo, suicida, e la morte in sé, ma non quella che è nell’ordine delle cose, nelle leggi della natura, bensì quella voluta e attuata da alcuni come rifugio dalla meschinità del mondo: il suicidio. La morte come madre che accorre al richiamo del figlio.
    GBG

    • mi è stato chiesto di spiegare in modo più semplice perché Helle Busacca sia una poetessa così importante per la storia della poesia italiana del tardo Novecento, qual è la peculiarità della sua poesia rispetto alla poesia degli anni Settanta. Tenterò di rispondere. Ciò che salta agli occhi a distanza di più di quaranta anni dalla pubblicazione de “I quanti del suicidio” (1972) è la completa estraneità del suo linguaggio poetico rispetto ai linguaggi che erano moneta corrente in quegli anni. Partirò dalla constatazione più semplice e immediata: il «parlato» della poesia di Helle Busacca. La Busacca inventa un parlato, diciamo così, telefonico, sembra che stia davanti al telefono o al registratore , parla in modo semplice e immediato, vuole farsi capire da tutti, parla un linguaggio che ho definito «pre-tecnologico», cioè posteriore e anteriore ai linguaggi «tecnologici» che venivano usati dalla poesia dei suoi anni. La poesia della Busacca si dichiara subito estranea al linguaggio della riforma montaliana inaugurata da “Satura” (1971), non è poesia delle occasioni ma di una unica occasione: la morte del fratello «aldo» uno scienziato disoccupato morto suicida. È da questo punto che lei prende l’avvio. Tutta la poesia de “I quanti del suicidio” sono un interminabile e fittissimo atto d’accusa contro la codardia del suo paese che ha permesso questo suicidio, contro il «sistema Italia». Prende le distanze dai linguaggi poetici delle istituzioni letterarie, li mette semplicemente da parte, li scarta, sono roba da non poter più essere utilizzati in un linguaggio poetico che voglia andare al nodo e al centro delle questioni. Il suo è un soliloquio telefonico con un interlocutore che non è posto più nel suo tempo ma in un altro tempo, in un’altra Italia dei tempi futuri. Da per scontato che non c’è più alcun ponte linguistico che unisca la sua poesia a quella che si faceva nel suo tempo: non ha nulla da spartire con la cultura dello sperimentalismo, non ha nulla da spartire con la poesia degli oggetti (ne “I quanti” c’è un solo oggetto: la morte per suicidio del fratello «aldo»), non ha nulla da spartire con la poesia dello scetticismo e del disimpegno che si faceva a Roma (due nomi per tutti: Patrizia Cavalli e Valentino Zeichen che proprio di li a pochi anni esordiscono con i loro libri). La poesia di Helle Busacca è sola e disarmata, e vuole gridare allo scandalo, punta l’indice accusatorio contro tutti e tutto, contro il «sistema Italia». Sta qui la sua grandezza, inventa il «parlato». E non mi sembra poco. Del resto la comunità letteraria ha fatto di tutto per metterla nel dimenticatoio. La comunità letteraria ha risposto con un riflesso condizionato: rimuovendo la sua presenza ingombrante e imbarazzante.

      • Ma noi la (ri) porteremo alla sua grandezza originaria, le daremo il massimo splendore che merita, il massimo inchino alla poetessa immensa. I blog nascono anche per questo, per mettere a confronto le ars poetiche e far capire quanto blanda (bastarda) possa essere la critica di parte, quanta miseria esiste in letteratura, quanti giochi lezzosi si fanno (e si faranno) in poesia.

  4. A quale morte?

    Riportarti alla grandezza che hai di già
    allo splendore di cui brilli
    ed inchinarsi alla tua immensità
    non basta se non coglierai l’essenza
    dell’energia che interpreti il verso
    e si scompone tra la morte
    e il suo divenire
    di ossa, nervi e sangue trafitti ignudi
    in un esilio che immancabilmente
    porta alla morte:
    a quale morte?
    la morte che prescinde
    dalla decomposizione dei fati
    e s’inoltra fra le palpebre chiuse
    appena un attimo prima dei sogni
    che non avrai il tempo di raccontare.
    Eppure qualcuno ti ruba l’anima
    per non cavarti gli occhi
    e riprendersi l’oltre che annegava
    tra le meraviglie di un mare inquieto
    che sfogliava le tue spoglie immature
    e percepiva il tempo di morire.
    Ma non bastava e t’allargavi
    in una triplice divagazione
    per domandare:
    quale il tempo dello spasimo?
    dove l’approdo, in quale mare?
    e perché ripartire dal destino?
    Non basteranno i versi a salvaguardare
    l’intimità sublime della morte.

    • se i lettori lo gradiscono, dopo aver pubblicato il Primo canto del libro che consta di ben 340 pagine, inserirò anche il secondo canto. Perché è bene leggere con attenzione e lentezza la poesia de “I quanti del suicidio”. Si tratta di una lunga Sinfonia del «Lutto». È la «parola luttuosa» che fa ingresso, per la prima volta, nella poesia italiana dl Novecento (se si fa eccezione per i “Canti orfici” di Dino Campana del 1914). La parola luttuosa non è solo quella che nasce da un «lutto» (la morte del fratello «aldo», scritto con la minuscola) ma anche e soprattutto quella che nasce dalla impossibilità di adoperare in poesia la parola dei viventi, degli zombi viventi. Di qui nasce la straordinaria invenzione del «parlato» di Helle Busacca. È il parlato che parlano i morti, i «sonnambuli spermatici», le «ombre», avrebbe detto Albert Caraco. Questa scoperta, intendo quella della «parola luttuosa», è a mio modesto avviso, centrale per comprendere lo snodo fondamentale della poesia del tardo Novecento. Da una parte la lingua dei «vivi» (o che credono di essere vivi) con l’ideologia del Progresso e della adeguazione del discorso poetico alla «cosa» (la società moderna), con tutte le varianti ideologiche e stilistiche, dall’altra il discorso poetico di chi rifiuta l’ideologia della «adeguazione» del discorso poetico alla «cosa» (leggi il «reale» nelle sue svariate manifestazioni fenomeniche). Questa ideologia viene spazzata via dalla poesia di Helle Busacca con un colpo micidiale. Ecco spiegata la solitudine della sua poesia. E non poteva essere diversamente. Il colpo inferto da Helle Busacca alle poetiche del Progresso e della «adeguazione alla cosa da rappresentare» è troppo forte per essere accettato. Di qui la repulsione e la rimozione della sua poesia da parte della comunità letteraria italiana. “I quanti” sono una lunghissima, tetra, infernale interrogazione di un punto: ha senso il suicidio del fratello «aldo»? Tutto il poema non è altro che la dimostrazione che il suicidio è privo di senso perché «tutti sono colpevoli di tutto», come scrisse Dostojevski, tutti vivono sotto un sortilegio, il «totum è il totem» (Adorno), non che non vi siano colpevoli, siamo tutti colpevoli della morte del fratello «aldo».

  5. Almeno per me, la pubblicazione del Secondo canto sarebbe ben accetta.
    Quanto allo scrivere con l’iniziale minuscola il nome proprio del fratello suicida, potrebbe essere una forma di profondo affetto e familiarità, oppure un’allusione all’etimologia del nome, dal germanico antico “nobile”.
    Il fratello che ha scelto la morte per disprezzo verso lo squallore della società è nobile agli occhi della sorella.
    GBG

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